L’Universo olografico

In un mio precedente articolo (gennaio 2013) avevo parlato dell’ologramma, effetto che si può ottenere sparando una luce laser su una fotografia e ottenendone un’immagine tridimensionale.

La cosa interessante è che ogni più piccola parte di un ologramma contiene l’immagine intera, come noi esseri umani potremmo rappresentare e contenere il tutto esistente. E ogni più piccola parte è dunque in comunicazione con questo “tutto”.

In questi giorni scienziati di molte parti del mondo annunciano su riviste scientifiche la teoria del “paradigma olografico”. Partendo dalle ipotesi di Pipram (che asportò in piccolissime parti il cervello di ratti e notò che in ognuna di esse erano comunque presenti i ricordi al completo della persona, e i miliardi di informazioni acquisite, come in un ologramma), Aspect (che scoprì che gli elettroni possono comunicare all’istante con altri anche a distanze di miliardi di chilometri), e Bohm (che affermò che la realtà che viviamo è quella che vogliamo vedere, e siamo immersi in un Universo olografico), la nuova fisica viene a scuotere i principi della fisica tradizionale, affermando che dalle particelle subatomiche fino alle galassie giganti, tutto potrebbe essere parte infinitesimale e al momento stesso totalità, di “tutto”.

Ciò indica non solo una relazione istantanea di qualsiasi parte con un’altra anche a distanza, ma anche la non-esistenza di una realtà “oggettiva”. Cioè, noi non possiamo cogliere la realtà supposta “oggettiva” delle particelle subatomiche (come di nulla altro) perché esiste un livello di realtà di cui non siamo consapevoli, in quanto parte di una dimensione che oltrepassa non solo la nostra dimensione ma anche la nostra capacità di comprendere.

Ciò che vediamo sarebbe solo una parte della loro realtà, e se vediamo le cose distinte tra loro probabilmente ne abbiamo una visione parziale e soggettiva, perché non esistono “parti separate” le une dalle altre, estrapolabili oggettivamente.

Einstein affermò che non ci sono velocità maggiori di quella della luce, ma le ultime teorie superano le sue considerazioni, perché probabilmente le particelle sub atomiche sono connesse non-localmente, non sono cioè entità individuali e separate, ma estensioni di uno stesso “organismo” fondamentale, in comunicazione istantanea a qualsiasi distanza siano.

Tutto è compenetrato in tutto.

Si parla di “Universo olografico” perché l’Universo stesso sarebbe una proiezione, un’illusione, un ologramma.

Con la parola illusione non credo si intenda quella che si riferisce a scherzo, menzogna, falsa speranza, o erronea credenza, bensì forse, molto più propriamente, ciò che intendono le filosofie indiane: diaframma che tiene separati dal dio, e che, come disse Schopenhauer, tutto ricopre con un velo.

Sapevamo che l’Universo si è formato dal Big Bang 14 miliardi di anni fa e poi si è sempre più espanso fino a raggiungere l’aspetto attuale. Studiando la struttura della radiazione cosmica di fondo (una radiazione elettromagnetica che pervade l’Universo e considerata l’eco del Big Bang) si possono scovare gli indizi della natura olografica dell’Universo.

Lo scienziato Hawking elaborò la teoria del “paradosso dell’informazione”, studiando i famosi buchi neri. Il buco nero è una regione dello spazio molto piccola costituita da materia estremamente densa con una forza gravitazionale tale che in prossimità di esso, in un punto specifico detto “orizzonte degli eventi”, nulla può scappare e viene perso definitivamente. Ma la fisica quantistica afferma che nulla può essere mai veramente perso, soprattutto l’informazione. Dunque Hawking disse che i buchi neri violano i principi della meccanica quantistica, è questo il paradosso. Esso può essere risolto superando l’idea della fisica classica che un oggetto non possa occupare due posti contemporaneamente, al contrario della fisica quantistica, appunto.

Perciò potremmo pensare che la superficie del buco nero è come una pellicola fotografica: un oggetto ne rimane intrappolato ma allo stesso tempo una copia esatta dello stesso oggetto viene preservata sul cosiddetto “orizzonte degli eventi”.

Per noi è difficile immaginare un Universo bidimensionale perché siamo inseriti in una realtà tridimensionale, ma ci sarebbe invece una equivalenza tra il nostro Universo tridimensionale e quello bidimensionale.

 E come l’immagine a 3D del cinema: lo schermo è piatto ma lo percepiamo tridimensionale.

In pratica è come se tutta l’informazione dell’Universo fosse registrata su una superficie ideale che contiene la “scena” dell’intero Universo in più dimensioni, e noi ne facciamo intimamente parte.

In tale Universo anche i concetti di spazio e tempo cambiano, essendo proiezioni di un sistema più complesso, un immenso ologramma dove passato, presente e futuro coesistono simultaneamente.

In via ipotetica un giorno potremmo vedere in ogni singola particella subatomica (anche di noi stessi) ciò che è stato, che è e che sarà. Una sorta di “magazzino cosmico” di “tutto-ciò-che-esiste”.

“Il tutto-ciò-esiste” che potrebbe avere origine dal vuoto da cui nasce il potenziale di ogni forma energetico-materializzata esistente nell’infinito. L’architettura di questo infinito vuoto regge ogni cosa esistente nel tutto. Da questo vuoto sembra derivare ogni cosa, ed è presente in tutto. E’ lui che produrrebbe la coscienza universale.

Ma quando parliamo di vuoto, in realtà non dobbiamo intenderlo nel senso che ne diamo comunemente, cioè di assenza di qualsiasi particella o materia, perché tale vuoto è infatti uno spazio costituito da filamenti che confluiscono in galassie e nubi di gas, e vi si riscontrano radiazioni elettromagnetiche, fotoni, neutrini, e questo concorda con la teoria quantistica per cui anche questo supposto “vuoto” sarebbe costituito da particelle virtuali, o “fantasma”, che in certe condizioni si trasformano in particelle reali, materiali per così dire,  quando interagiscono con altre particelle, per esempio elettroni.

Questo spazio, dunque non certo vuoto, detto anche “vuoto non zero”, che dà origine alla materia, fu studiata dallo scienziato Higgs (Nobel per la fisica 2013), che scoprì la presenza di un campo, nel cosiddetto vuoto, in cui sono presenti fenomeni quantistici, e che dà vita alla massa di tutte le particelle. Il concetto di tale campo è stata avvicinato al concetto di Dio, tanto che la particella subatomica da lui scoperta, il bosone, associata a tale campo, fu chiamata “particella di Dio”.

Da cosa poi ha avuto origine tutto questo, e quindi ogni cosa, è il sogno segreto non solo di ogni scienziato ma anche di ogni uomo. Il “creatore primario” è ancora inafferrabile.

Nell’attesa che riusciremo o meno a realizzare questo sogno, possiamo comunque riflettere su tante cose.

Per esempio, a proposito di ologrammi di cui ogni parte contiene il tutto, possiamo pensare che anche il nostro cervello, come tutte le cellule, è un magazzino olografico, infatti sembra che usi principi olografici, per convertire le frequenze delle varie infinite informazioni in percezioni interiori. E quando il nostro cervello “fisico” fa un’esperienza “fisica” (materiale) con l’ambiente, non fa un’esperienza soggettiva di fronte a una realtà oggettiva, bensì fa un’illusione”, cioè riceve tantissime frequenze ed estrae qualcosa che viene trasformata in una realtà che chiamiamo “fisica” ma invece è una delle miliardi di possibilità esistenti nell’immenso ologramma dell’Universo.

Lo scienziato Zucarelli, insieme ad altri, ha evidenziato che i nostri sensi sono sensibili a frequenze anche diverse da quelle che pensiamo dovrebbero appartenergli. Ad esempio notò che gli esseri umani sono in grado di localizzare la fonte di un suono pur essendo sordi, perciò il sistema visivo può essere sensibile anche a frequenze sonore, come tutte le cellule del nostro corpo possono essere sensibili a una vastissima gamma di frequenze. E’ la nostra coscienza razionale che suddivide i sensi, o le cellule, gli apparati, nelle loro specifiche funzioni.

Lo psicologo americano Floyd afferma che non sarebbe la mente che crea la coscienza (cogito ergo sum), bensì è la coscienza che crea la sensazione di un cervello, un corpo e qualunque oggetto ci circondi.

Di conseguenza, non ci sono limiti all’entità dei cambiamenti che possiamo apportare!

Ora, se anche il nostro fisico (e le malattie del nostro fisico, a questo punto) è un’illusione scelta tra le varie possibilità del nostro cervello, che è in comunicazione col tutto, potremmo ipoteticamente anche “sceglierci” un’illusione migliore. Una guarigione “miracolosa” potrebbe essere il risultato di un mutamento dello stato di coscienza che provoca a sua volta cambiamenti nell’ologramma corporeo.

Forse per questo le “visualizzazioni” aiutano le guarigioni: sono in realtà “reali” quanto la realtà in cui crediamo, scusate il giro di parole.

Dunque in un Universo olografico non ci sono limiti all’entità dei cambiamenti che possiamo apportare, perché ciò che percepiamo come realtà sembra essere come una tela bianca in attesa che vi dipingiamo ciò che vogliamo.

Ma mentre i fisici sono febbrilmente all’opera per confermare questa teoria, ci possiamo chiedere come potremmo cambiare le nostre vite, eventualmente.

Qualcuno dice che sarebbe come vivere dentro “Matrix”, il film di fantascienza scritto da Wachowski, nel 1999. Ma ciò non è esatto, perché nell’Universo olografico noi saremmo protagonisti, non spettatori o soggetti manipolati, come nel film. Saremmo noi i creatori, partecipi della creazione.

E se davvero fossimo noi i protagonisti, non ci sarebbe limite alcuno, fino a parola contraria, alla scelta di realtà che desideriamo, per noi e per il “tutto”.